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Slint - Dettagli Sul Concerto



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Slint

Dettagli Sul Concerto

News del 17/02/2005

.:: COMUNICATO STAMPA ::.

ELECTRIC PRIEST & ELECTRIC PEOPLE in collaborazione con TPO

presentano

SLINT unica data italiana

Special guest RADIAN

Venerdì 4 marzo 2005 – Bologna TPO

Viale Lenin, 3

Apertura ore 21.00

Info http://www.electricpriest.org

Info info@electricpriest.org

La reunion della band, dopo gli album "Tweez" (1989) e "Spiderland" (1991), è stata pensata nel momento in cui al gruppo è stato chiesto di occuparsi dell'organizzazione delle date inglesi del festival All Tomorrow's Parties.Gli Slint saranno così in tour tra America ed Europa e per un'unica data italiana a Bologna, venerdì 4 marzo 2005 presso il TPO Viale Lenin 3.

Nati da una costola degli Squirrel Bait, gli Slint sono i progenitori della scuola di Louisville, che si rivelerà nei Novanta una delle più prolifiche del post-rock. La band si forma per opera del chitarrista Brian McMahan e del batterista Britt Walford, con Ethan Buckler al basso e David Pajo alla seconda chitarra. E già nelle prime session del 1987, registrate con Steve Albini, si intuisce che il suo sound è decisamente particolare. E’ una mistura complessa di punk, acid-rock, progressive e free-jazz, che travalica i confini tradizionali della forma canzone. 

 L’esordio avviene nel 1987 il mini Tweez, collage di brani complessi ed eccentrici, ognuno dei quali è dedicato a un genitore del quartetto (più il cane di uno dei quattro). Quasi interamente strumentale, con qualche canzone soltanto “parlata”, come nell’iniziale “Ron”, è un album sorprendente e anarchico, con chitarre di derivazione hardcore e strutture ritmiche fratturate, ma anche accenni funk rallentati (“Carol”), assoli raga (“Kent”), divagazioni psichedeliche delicate (“Darlene”), bizzarri minuetti bucolici (“Nan Ding”). 

Mentre a Seattle spopola il grunge di Nirvana e Soundgarden, che rinverdisce i canoni del rock duro e puro, a Louisville ci si muove nella direzione opposta, partendo dall’idea che proprio quel rock andasse superato. Rivisitando l’hardcore, gli Slint gettano così le basi di quello che sarebbe diventato il post-rock dei vari Tortoise, Dirty Three, Trans am, June of ’44, Gastr del sol, Labradford.

 Ma è con Spiderland, nel 1991, che la band statunitense si consacra come una delle realtà rock più importanti (e più influenti) di fine secolo. Mettendo a fuoco le intuizioni dei lavori precedenti, gli Slint svolgono una ricerca ancor più raffinata su ritmi e timbriche, e finiscono per pervenire a sonorità quasi trascendenti. Un sound originale, che rifugge gli stereotipi del rock e che sarà invece imitato da moltissime band delle decennio. A partire dai Codeine e da tutte le band dello "slo-core". I pezzi di “Spiderland”, infatti, sono lenti e catatonici, fino ad assumere le forme di stralunate ballate lisergiche. Dall’ouverture di “Breadcrumb trail”, con le cadenze di un post-blues, alla conclusiva “Good morning, captain”, con ritmiche più definite ed echi arabeggianti, l’album è una sequenza di piccole gemme, come la nevrotica “Don Aman”, successione di accordi e disaccordi, l’ipnotica “Washer”, con una cantilena sussurrata e suoni dilatati, o l’anemica “For dinner”. Ma in ogni brano, per quanto abulico, c’è un scossa rock. Quella di “Nosferatu man”, forse, la più virulenta.

Ma con gli Slint e i post-Slint, il rock è morto? “Band come Stereolab e Tortoise hanno avuto il grande merito di aprire nuove frontiere musicali al rock – osserva il chitarrista David Pajo che, chiusa l’esperienza con gli Slint, ha collaborato con entrambe le band -. Mi piace molto l’elettronica, dai Suicide in poi e credo molto nelle possibilità della tecnologia nella musica. Ma guai a pensare che il rock sia morto. Il rock è ancora forte. Si sta solo evolvendo”.

 

Avanguardisti come solo i Sonic Youth erano riusciti a essere negli anni Ottanta, sempre in anticipo sui tempi, gli Slint hanno coniato una musica cerebrale, impalpabile, straniante e distaccata. Una musica che ha fatto diventare adulta la generazione dell’hardcore. “Con gli Slint è come se la generazione cresciuta con gli Husker Du fosse improvvisamente arrivata al proprio Grande Freddo - scrivono Stefano Bianchi ed Eddy Cilìa nel volume “Post-Rock e oltre” -. Raccogliendo l’eredità di quel corpo fibrillante, destrutturandolo fino a renderlo irriconoscibile, procreando sopra i suoi resti qualcosa di nuovo e inaudito, tentarono persino di rifondare il rock stesso. Riuscendoci quasi”.

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