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Armata di spada e di una succinta armatura di maglia, Riley Pinkerton cavalca un unicorno bianco diretta verso un dungeon sperduto. È così che i newyorkesi Castle Rat si presentano al loro secondo disco, dopo l’ottimo esordio Into The Realm, di cui mi innamorai subito. Ora approdano all’attenta Blues Funeral e si preparano a conquistare il mondo, traguardo che i prossimi lavori renderanno probabilmente inevitabile.
Il menu è ricco: un heavy metal denso, intriso di doom, ben suonato, ben scritto e interpretato con piglio occulto. Se i pochi vestiti di Riley vi inducessero a dubitare delle sue capacità, sarà sufficiente ascoltare i brani, quasi tutti scritti da lei a parte un paio di eccezioni, per ricredervi. Non dimentichiamo infatti che, pur giovanissima, Riley ha già alle spalle un passato da cantautrice indie capace di distinguersi con un elegante country folk. Le canzoni, insomma, le sa scrivere eccome.
Rispetto all’esordio troviamo meno intermezzi strumentali, compensati da un approccio più grintoso e sicuro di sé, senza però rinunciare alle eccentricità che rendono unico il progetto. Alla produzione, pagata grazie ad un crowdfunding da parte dei fan, c’è Randall Dunn (Wolves in the Throne Room, Anna von Hausswolff), mentre il mix è curato da Jonathan Nuñez dei Torche. Insomma: se volete criticare, fate di meglio. Con o senza spada.
[Dale P.]
Canzoni significative: Wolf I, Siren.
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