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I mancuniani Maruja sembravano destinati a rimanere una band da soli, ottimi EP. Knockarea, Connla's Well, Tir Na Nog hanno fatto impazzire i collezionisti in cerca del formato fisico e gli ascoltatori sintonizzati sulla frequenza del post-punk inglese. Lavori capaci di conquistare fan dopo fan, alimentando quell’aura mistica e inafferrabile attorno a un progetto basato su una formula decisamente intrigante. Formula che, a sorpresa, trova ora sbocco in un vero e proprio album, pubblicato addirittura da un’etichetta storica e decisamente “metallara” come Music For Nations. Ai Maruja piace stupire, senza dubbio.
I Maruja sono figli del nostro tempo: confusi, arrabbiati, meticci. Un tempo li avremmo definiti crossover, cioè capaci di mescolare elementi apparentemente inconciliabili. Se siete anziani come il sottoscritto ricorderete che il termine si applicava alle band rock che incorporavano giradischi e rapper, o che fondevano metal e hardcore punk: la colonna sonora di fine anni ’80 e inizio ’90. I Maruja fanno lo stesso con i linguaggi musicali che appartengono ai loro coetanei: il rap c’è ancora, il rock pure, il punk affiora qua e là, ma a dominare sono post-punk e jazz. E la dilatazione visionaria del post-rock.
In sintesi: ai Maruja non interessa la forma-canzone. Preferiscono costruire stratificazioni, dire tante cose tutte insieme, mostrare i muscoli e perdersi in trip sonori. Forse eccessivi, ma in qualche modo necessari per portare avanti con coraggio un discorso di vera anti-omologazione.
Un disco destinato a entrare in ogni classifica del 2025, senza ombra di dubbio.
[Dale P.]
Canzoni significative: Look Down On Us, Born To Die.
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