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Quando il mondo va male, solitamente la qualità della musica migliora esponenzialmente. E se viviamo tempi in cui vengono esibiti e persino rivendicati atti disumani, l’unica consolazione è proprio questa. Chi poteva raccontare meglio l’apocalisse se non i Neurosis?
Peccato che la band, dopo le dichiarazioni piuttosto inquietanti di Scott Kelly, si sia spenta senza possibilità di ritorno. Per fortuna, però, a tutto c’è una soluzione. E a volte è talmente bella da far sembrare necessario anche il problema che l’ha preceduta.
La soluzione si chiama Aaron Turner, mente di Isis, Old Man Gloom e Sumac: l’unico davvero in grado di prendere le redini di una band che aveva bisogno di essere risvegliata e riportata alla vittoria. Non qualcuno dei Cult of Luna, dei Pelican o degli Amenra, che avrebbero comunque garantito un risultato dignitoso, ma proprio l’asso pigliatutto. Perché ai Neurosis le mezze misure non sono mai interessate: o si fa bene, o non si fa.
E An Undying Love For a Burning World è fatto davvero bene. Registrato allo Studio Litho, è anche il primo disco dopo tanto tempo a non avere il marchio sonoro di Steve Albini. Il risultato è un impatto diverso: più limpido, più preciso, ma allo stesso tempo ancora più “Neurosis”.
L’inserimento di Turner non è affatto decorativo. Il chitarrista non si limita a condividere la voce (come da tradizione distribuita tra più membri), ma entra in modo evidente anche nella scrittura. Molti passaggi richiamano la sua esperienza con gli Isis, altri aprono a soluzioni nuove, sviluppate chiaramente in modo collettivo. I veri mostri sonori arrivano negli ultimi venticinque minuti del disco, con “In the Waiting Hours” e soprattutto “Last Light”, un tour de force psichedelico.
I Neurosis sono tornati per restare, dimostrando che il mondo può anche fare schifo, ma è ancora capace di generare i semi di una musica indimenticabile.
[Dale P.]
Canzoni significative: First Red Rays, Last Light.
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