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Non ho mai prestato troppa attenzione ai Pygmy Lush e proprio per questo “Totem” non è finito subito nel mio radar. Nati come progetto post–pg.99, leggendaria band screamo recentemente riunitasi con tutti i membri passati, presenti e futuri, i Pygmy Lush vedevano Chris Taylor, Mike Taylor, Andy Gale e Mike Widman abbandonare le irruenze hardcore per abbracciare folk, country e delicatezze indie, sebbene sempre tinte di oscurità.
“Totem”, però, è una sorpresa. Prima di tutto perché è stato registrato nel 2016 ma pubblicato solo ora: fatto incredibile, perché all’ascolto non si percepisce minimamente la distanza temporale — se non lo avessi letto, non l’avrei mai sospettato. E poi perché, dopo una decina d’anni di silenzio, la band si presenta con un disco (per qualche motivo scartato all’epoca) solido e compatto, intriso di quelle influenze oggi “di moda” tra le band più giovani: sludge, shoegaze, math rock, psichedelia e grunge convivono armoniosamente in un album piacevolissimo, che scorre rapido tra un cambio di registro e l’altro.
Si potrebbe obiettare che in questo calderone manchi un’identità precisa, ma dopo un paio di ascolti si capisce di avere a che fare con un gruppo di amici che sanno bene cosa stanno facendo: musica suonata con il cuore e con tante idee; forse troppe per il canone medio dell’ascoltatore alternativo, ma irresistibili per chi è cresciuto negli anni ’90. Un saliscendi emozionale di rara efficacia.
Un grandissimo ritorno, quasi al livello di quegli insospettabili veterani che decisero di spazzare via tutto con dischi apparentemente fuori tempo massimo: Failure e Hum.
[Dale P.]
Canzoni significative: House Of Blood, Algorithmic Mercy.
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