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È facile pensare che siano già stati esplorati tutti i possibili modi di intrecciare note, suoni e testi, soprattutto se si ascolta musica con un atteggiamento arrendevole, convinti che ormai sia tutto detto e finito. Eppure, ogni anno, arrivano dischi capaci di spostare l’asticella un po’ più in avanti, soprattutto in quell’universo oscuro che prediligo. Negli ultimi anni Lankum, OXN, Sumac, Big Brave, per citarne alcuni, hanno dimostrato che rock, folk, psichedelia e metal possono convivere in modo “progressivo”: creando incastri inediti, sviluppando narrazioni sorprendenti, a volte con un approccio “espressionista”, altre con una vena quasi “pop”, ma sempre con coraggio e personalità.
I Rún si inseriscono in questo solco. Sono un trio irlandese all’esordio, ma tutt’altro che inesperto: Diarmuid MacDiarmada è fratello di Cormac (collaboratore di Lankum, Lynched, Ora Cogan, Cynder Well, Poor Creature), Rian Trench è il titolare del The Meadow Studio, mentre Tara Baoth Mooney si muove da tempo tra teatro sperimentale e cinema. Tre menti che hanno respirato arte in forme non convenzionali, traendo ispirazione da contesti lontani dalla norma.
Il loro progetto Rún nasce proprio per proseguire quel discorso di contaminazioni che citavo sopra. L’album d’esordio è un viaggio irregolare e affascinante: dal drone-metal trip-hop dell’iniziale Paidir Poball al quasi R&B di Your Death Is My Body, fino a lunghe jam folk occulte che richiamano tanto gli OM quanto l’avanguardia stravagante di Coil, The Necks e William Basinski, citati non a caso come palesi influenze.
Il risultato è volutamente disomogeneo, un po’ come nello splendido disco delle Kuunatic: si percepisce la natura improvvisativa, frutto di jam session in studio poi rifinite con cura. Ma è proprio questa natura ibrida e spigolosa a renderlo interessante. Se il futuro ha bisogno di dischi capaci di guardare avanti senza timori, vale la pena scommettere (anche) su di loro.
[Dale P.]
Canzoni significative: Terror Moon, Paidir Poball (Pupil).
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