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Sono i Bobby Lees una band che non interessa a nessuno, ma che è un bene che sia ancora in attività? Il classico nome che ama darsi le zappate sui piedi da solo, nel più classico dei cliché grunge punk. Esordiscono nel 2018, giovanissimi, e dopo tre dischi arrivano addirittura alla Ipecac. La band è tosta: dal vivo mostra tutta l'intensità di cui è capace, ma anche su disco sa il fatto suo. Sembravano in rampa di lancio e proprio sul più bello annunciano una pausa che sa di scioglimento. La sezione ritmica finisce nella band di Jon Spencer (che aveva prodotto i primi dischi) e della cantante Sam Quartin si perdono le tracce.
Dovete sapere che Sam è una cantante decisamente magnetica, ricca di quel fascino che hanno le vere frontwoman grunge. Scazzata e incazzata, capace di passare buona parte del concerto a testa bassa per poi fulminarti con lo sguardo come fosse un Henry Rollins deciso a prenderti a pugni. Ha la capacità di passare dall'urlo cobainiano al rappato di Zach De La Rocha, finendo con la vocina petulante da riot grrrl. In più ha il talento di costruire ritornelli e melodie accattivanti e convincenti. Una cantante così non va fatta scappare. Va messa su un palco e fatta sfogare.
E per fortuna i Bobby Lees hanno cambiato idea. Addirittura Jason Momoa gli ha offerto dei soldi per fargli registrare il disco, che hanno affidato alla produzione di due giganti come Dave Sardy e Alex Pasco. Sono usciti dalla pausa, entrati in studio e hanno confezionato un disco selvaggio e roccioso. La sezione ritmica è quadrata e ficcante, mentre la chitarra, spesso in secondo piano, mantiene un nervosismo costante. Insieme lasciano i giusti spazi a Sam, che gigioneggia per tutto il disco senza avere paura di prendersi anche una canzone tosta come "50 Ft Queenie" di PJ Harvey.
Difficile dire se arriveranno a un altro disco, difficilissimo dire se diventeranno mai famosi. Quello che importa è che sono di nuovo qui.
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