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Concerto Mudhoney - Jennifer Gentle del 19/05/2006



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Concerto Rainbow

Milano

19/05/2006

L’appuntamento è imperdibile, la giornata splendida per viaggiare - almeno superata Genova e la sua nuvoletta da impiegati. Si va a vedere non solo i Mudhoney (insieme ai Misfits, la mia prima cassettina in assoluto alla tenera età di dodici anni!), ma anche i blasonati (e miei conterranei) Jennifer Gentle, nuovo album in lavorazione e successo strepitoso per il loro 'Valende', esordio su Sub Pop che mescola alla grande psichedelia e pop-rock. A dire il vero è un po' inquietante entrare (in ritardo di pochi minuti) in un locale mentre fuori c'è ancora il sole, ma si sa, a Milano è così. Alle 20:30 i Jennifer sono sul palco, il posto è ancora mezzo vuoto, l'atmosfera è un po' da 'disco alla domenica pomeriggio'; molti teenagers si accalcano comunque sotto lo stage e si godono un'eccellente e coinvolgente esibizione. Il cantante\chitarrista Marco Fasolo trascina stupendamente una band che sa suonare 'live' come di rado ho visto nei gruppi italiani.

I brani acquisiscono potenza ed espressività dal vivo, e sopratutto si amalgamano perfettamente tra di loro, nonostante l'eterogeneità della proposta in studio. 'I do dream you', 'Nothing makes sense', 'Universal daughter', più materiale precedente e forse qualcosa di nuovo, ma tutto bellissimo. C'è una vena quasi aggressiva che non avevo colto nelle loro registrazioni, e che sul palco si manifesta pienamente: il frontman grida, digrigna i denti, il basso pulsa dal suo Sunn O))) rovente, gli organi sfrigolano deliri acidi. Applausi a scroscio, meritatissimi.

Aspettando l'evento principale mi rendo conto che intorno a me la situazione è cambiata: o è tornata la moda degli acid house o il locale si è colmato di fan dei Nirvana. Le t-shirt con lo smile appaiono a decine e mi diverto, gonfissimo, a contarle. Non mi aspettavo tanti giovanissimi a questo concerto, la band di Seattle ha cambiato registro da un po' di tempo, evidentemente la leggenda continua. Resta il fatto che ormai la sala è piena, comincia a fare caldo e il dj stempera l'attesa con dischi garage e funk. Un po' in sordina salgono sul palco i quattro Mudhoney, e in un attimo parte il riff di 'Into the drink'. Scoppia un inferno danzante impossibile da disertare: stasera voglio, a tutti i costi, far finta di essere a Seattle nel '91. Mi sa che non sono il solo, praticamente tutto il locale fa come me... meno male, ne avevo le palle piene di concerti presieduti da migliaia di ‘Vittorio Sgarbi’ rock (che assistono all’evento come se stessero di fronte a un Modigliani rispolverato…).

Appena subentra un brano più recente mi libero dai sentimentalismi e provo a ragionare: in effetti gli anni pesano un po' sulla band, piuttosto statica , ineccepibile sì a livello di esecuzione, ma lontana ormai dalle storiche performance dei primi anni novanta in cui incendiava brutalmente ogni palco gli capitasse a tiro.

L'atteggiamento 'contenuto' non si fa sentire durante la micidiale doppietta 'Sweet young thing...' e 'Touch me i'm sick', nel senso che pochi hanno potuto osservare criticamente la band in quei momenti di pogo catartico e dissennato. Altrettanto appaganti sono i brani tratti dagli ultimi lavori, sicuramente più ‘raffinati’ e ‘di maniera’, ma dinamici e potenti in concerto. E poi… quegli assoli fuzz… energia pura. I quattro ne fanno largo uso al termine di stacchetti fulminei e crescendo. La band continua a proporre materiale misto fino all'ultimo bis, in cui finalmente Mark Arm ringiovanisce di vent'anni e violenta 'Suck you dry' e 'Hate the police', agitando la chioma (dignitosamente conservata). La situazione ve la immaginate. Ci siamo divertiti davvero. Si esce all'ora di cena in Spagna, sollevati e soddisfatti. E con tutta la notte davanti!

[Morgan]


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