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Katatonia - The Great Cold Distance (Peaceville)

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Katatonia - The Great Cold Distance
Titolo: The Great Cold Distance
Etichetta: Peaceville
Anno: 2006
Produzione:
Genere: metal / alternative /

Voto:



Settimo album per una band icona del metal più depressivo e oscuro, quei Katatonia che seppero regarlci perle come Discouraged Ones ('97) e Tonight's decision ('99), grazie soprattutto ad uno stile chitarristico molto personale e tetro, che influenza ancora oggi molti musicisti non solo in campo heavy. Questo è un album che non si distanzia dal precedente 'Viva emptiness': stesse melodie, stesse ritmiche, forse qualche progressione in più, ma in sostanza nessun passo avanti per la band svedese. Negli ultimi lavori il sound si è via via ammorbidito e allontanato dallo stile molto diretto e scorrevole che contraddistingueva i capolavori suddetti, per intraprendere un approccio più dinamico e ritmato (il numetal imperversa), ma anche più solare e accomodante, e comunque non sempre convincente, almeno per chi, come il sottoscritto, ha goduto immensamente di quegli episodi nerissimi in cui i duequarti di Dan Swano scandivano una disperazione concreta e terribile, che più che a cimiteri e rose rosse per amori finiti male (vedi Paradise Lost, My dying bride, Tiamat e gli orrendi Theatre of tragedy) faceva pensare a ospedali, solitudini urbane e gravi sconfitte personali. Certo, non ci si può riciclare a vita, e i Katatonia qua e là sanno ancora ammaliare con ottime canzoni, come la progressiva ‘July’ (ancora una volta melodie da pelle d'oca), o nell'apridisco’Leaders’, rabbiosa e scoraggiata, ma personalmente non apprezzo quell' (ab)uso di stacchetti, palm-muting, assolini vecchissimi e drum loops a buon mercato che incontriamo spesso nel faticoso ascolto del disco. Il lavoro di batteria è sì ottimo, ma un tantino eccessivo e iperarrangiato (il basso dalla sua è rimasto ancora abbastanza lineare e semplice); trovo che Blackheim ascolti troppo crossover (e si sentono un po’ troppo i Tool!). La voce di Renske oggi è più sicura, precisa, ma anche meno spontanea ed evocativa, quasi come se le parti vocali fossero state scritte in studio dopo le parti strumentali, compromettendo una buona fusione complessiva. Tutto il territorio di ricerca della band si è spostato dal proprio asse, peraltro personalissimo, verso musiche più banali, inflazionate e moderne (Il singolo 'My twin', uno dei momenti meno riusciti, è un mieloso strofa\ritornello ultracommerciale e orecchiabile). Insomma un disco discreto, ma ‘sconsigliato ad un pubblico adulto’.

[Morgan]

Canzoni significative: Leaders, July, Soil’s Song.


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