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Rosetta - A Determinism Of Morality (Translation Loss)

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Rosetta - A Determinism Of Morality
Autore: Rosetta
Titolo: A Determinism Of Morality
Etichetta: Translation Loss
Anno: 2010
Produzione: Andrew Schneider
Genere: metal / post-metal / sludge

Voto:
Produzione:
Originalità:
Tecnica:



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Tra tutti i seguaci del messianico verbo - prima neurosisiano, poi isisiano - del post-hardcore, i Rosetta si confermano formazione di alto livello, evitando cosi' di far la figura degli scribacchini abili solo in superflue operazioni di ricalco. Certo, il post-hardcore, da tre anni pieni a questa parte, e' giunto ad una fase di stallo creativo inevitabile e i Rosetta non sono portatori di alcuna rivoluzione copernicana, ma e' innegabile come il quartetto di Philadelphia ci metta una profondità d'animo e un non trascurabile tocco personale che ci costringe, tutt'altro che a malincuore, ad annoverarli tra le punte di diamante di quelle che potrebbero essere definite "band di seconda fascia".

"A Determinism Of Morality" parte con la ritmica a metronomo accelerato di "Ayil", piuttosto aggressiva per i canoni espressi fin qui dalla band, evadendo cosi' quelle costrizioni di lentezza che spesso il genere impone. L'urlo esistenziale di Mike Armine lambisce la disperazione di Klas Rydberg dei Cult Of Luna, e questo è un gran complimento. Pur ribadendo ognuno dei tratti stilistici che hanno reso, "The Galilean Satellites" prima e lo splendido "Wake/Lift" poi, album di buon valore, i Rosetta di "A Determinism Of Morality" sono diversi, più maturi. Più sintetici nell'esporre il proprio pensiero musicale, saltando a pie' pari quelle lungaggini strumentali che non di rado mirano solo ed esclusivamente ad aumentare il minutaggio per tenere fede al trend dello "scriviamo-un-pezzo-da-quindici-minuti-perche'-fa-molto-figo". Ad esempio, la strumentale "Blue Day For Croatoa", messa in mano a qualche altro gruppo, si sarebbe tramutata nell'ennesimo trattato post-rock-core da sbadiglio lungo quanto un'era geologica.

Ad agitarsi tra le trame strumentali ci sono dolore e frustrazione esistenziali difficili da tenere a guinzaglio, il trittico "Release" (dall'inatteso break in clean vocals), "Revolve" (che apre con cori hardcore su un giro di etimo Mogwai), "Renew" e' l'espressione piu' evidente di tali pulsioni. I nostri puntano sempre lo sguardo verso panorami astrali, ma gli svolgimenti dei loro monologhi hanno il primordiale fascino del ciclo delle maree, si inabissano e riemergono in alte onde che sfiorano le nuvole.

Ottima la calibratura dei suoni all'interno di un amalgama in cui la profondita' dei bassi e delle percussioni sostengono chitarre in equilibrio tra l'indole piu' muscolare e quella piu' intimista, e va sottolineato il piu' favorevole spazio donato alla voce, che in "Wake/Lift" era troppo sotto rispetto al tessuto strumentale.

Un lavoro di genere, senz'altro, ma anche un lavoro maturo e consapevole che spinge i Rosetta un passo piu' avanti nel loro percorso di crescita. Al prossimo giro, pero', pretendiamo l'opera della definitiva consacrazione.

[Marco Giarratana]

Canzoni significative: Ayil; Revolve; Je N'en Connais Pas La Fin; Renew.


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