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Alice In Chains - Facelift (Columbia)

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Alice In Chains - Facelift
Autore: Alice In Chains
Titolo: Facelift
Anno: 1990
Produzione:
Genere: rock / grunge / metal

Voto:



Nel 1990, Seattle, era soprattutto un covo di metallari freakettoni. Negli anni di passaggio tra gli 80 e i 90, tanta era la confusione che alimentava le giovani rock band. Confusione che aiutò la nascita dei due maggiori fenomeni alternativi degli anni 90: il grunge e il crossover.

Gli esordi della band sono da ricercare in misconosciute glorie locali dal nome di Diamond Lie, Fuck (soliti lanciare preservativi dal palco con scritto Fuck The Band), Sleze ed Alice'N Chainz. Le sonorità delle band sono tutte all'insegna del becero Glam Metal tutto lustrini e capelli cotonati.

Trovata una propria direzione Staley e co, aiutarono a forgiare il sound grunge senza essere pienamente nella scena. Gli Alice In Chains, infatti, esordirono direttamente su major, senza neanche il tipico EP indie, e, fino all'esplosione di Nevermind, fu anche il disco di maggior successo del genere.

Un genere, dicevamo, ancora non ben definito ma già con tutti i crismi per lasciare senza parole. Voce ulcerosa e malata, chitarre metal e ritmica potente condito da un atmosfera insana e depravata. Un brano come "Love, Hate, Love" è il manifesto di tutto il grunge a venire.

Facelift spaventa fin dalla copertina, creata unendo parti diverse dei quattro componenti. Ma anche il retro non è da meno: i nostri sono intrappolati in una melma appicosa che deforma le loro espressioni.

E il suono?? Immaginatevi dei Mother Love Bone più duri e malati, prendendo Andy Wood e trasformarlo nel suo opposto. Tanto gioioso e pacchiano era Andy, tanto disperato e cupo era Layne. La musica, invece, è nello stile hard-rock tipico dei riff di Gossard dei Mother Love Bone che mescola l'hard con il funky e l'heavy metal rallentato.

Un disco che dalla produzione, al tipo di canzoni, passando per tutto l'immaginario che lo muove odora di quegli anni precedenti all'esplosione del grunge come fenomeno di massa. E' un disco, quindi, non ancora influenzato dalla rivoluzione e parecchio "normale" rispetto ai dischi provenienti da Seattle e da quelli che verranno in futuro dalla band.

Ciò non toglie che il disco sia farcito di autentici capolavori: l'iniziale "We Die Young" (triste manifesto della band per gli anni a venire), "Man In The Box" (potente e malata come solo gli AIC riuscivano ad essere), "Bleed The Freak" (potente grunge-ballad), "Love, Hate, Love" (i semi di tutta la musica depressa a venire), "Confusion" (una versione embrionale di "Junkhead").

Il pregio di una band come gli Alice In Chains è quello di non nascondere le proprie anime: potenti e incazzati, melodici ed orecchiabili, tristi e deprimenti. Tutto converge con naturalezza e spontaneità come la mostruosa, ma affascinante, faccia della copertina.

[Dale P.]

Canzoni significative: Confusion, Love Hate Love, Man In The Box.


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