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Sono piuttosto ossessionato dalle band che hanno una discografia perfetta. Solitamente sono formate da artisti che hanno un suono peculiare, difficilmente replicabile, e che ogni volta che pubblicano qualcosa sembra sempre il loro disco migliore. I Godflesh sono indubbiamente una di queste. Potremmo dire che "Streetcleaner" è il loro capolavoro, ma non è che "Pure" sia da meno. E possiamo sostituire "Pure" con qualsiasi altro loro disco.
La formula è molto semplice: una drum machine, settata più o meno sempre allo stesso bpm, con qualche variazione di accenti giusto per distinguere una canzone ogni tanto, chitarra e basso potentissimi e cupi che seguono il tempo senza troppa fantasia negli arrangiamenti. Una voce alienata che urla poche parole, nessuna di gioia. Questo scenario, figlio dell'industrial e dei Big Black, l'hanno inventato loro e solo loro ci sguazzano. Come quegli operai che sanno entrare dentro tubature strettissime e ricoperte di ogni tipo di liquame: è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.
Broadrick ha dichiarato che questo sarà il penultimo disco dei Godflesh e, a meno che il prossimo non sia diverso dagli altri, possiamo già affermare che la band si scioglierà con una streak discografica perfetta. In "Decay", registrato durante le session del precedente "Purge", la band è di poche parole, tanto da vantarsi di averne pronunciate meno di 150 in 42 minuti, ma non smette di pestare per tutta la durata del disco. Il basso è cavernoso e massacrante, mentre la chitarra tortura le orecchie con i consueti riff che hanno segnato un genere. Non c'è luce, non c'è speranza: solo i Godflesh sono reali.
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