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Se l'uscita dal gruppo di Brent Hinds era stata uno show per i fan, la sua successiva morte improvvisa in un incidente stradale è stata uno shock per la carriera dei Mastodon. L'anima meno incline ai compromessi, più selvaggia e imprevedibile, aveva donato alla band fin dal principio lo status di realtà "vera", poco incline ai calcoli commerciali. Ma la verità è che il quartetto di Atlanta ha sempre puntato in alto, fin dagli esordi, senza mai nascondere di voler raggiungere i propri obiettivi a ogni costo. Se all’inizio allontanarono Eric Saner, il cantante delle prime registrazioni, in seguito hanno via via smussato parti significative del proprio sound pur di allargare il pubblico. Le urla, i riff possenti e i concept arditi sono andati scomparendo, e quando il marchio Relapse Records è stato abbandonato (da The Hunter in poi), anche la proposta ha perso mordente. Con un pizzico di cinismo, si potrebbe dire che ai Mastodon servisse proprio l'addio di Hinds per diventare totalmente appetibili a grandi e piccini. Certo, non al prezzo della sua morte, che ha però finito per fare gioco alla narrazione generale, confermando lo stereotipo del musicista indomabile che bloccava "il grande salto" a causa del suo stile di vita sregolato.
Ciò non significa che Marrow Deep proietterà i Mastodon in cima alle classifiche pop, ma serve a ricordarci che se continuiamo ad aspettarci dischi come Leviathan o Blood Mountain, stiamo cercando tutta un'altra band. Quelli erano Mastodon che scalciavano, scalpitavano e cercavano un posto nel mondo del metal. Nel 2026 i Mastodon sono probabilmente la band metal più importante degli Stati Uniti. Dopo un simile percorso, possono permettersi un inciampo? Assolutamente no.
Il nono disco è affidato alle sapienti mani di Kurt Ballou dei Converge in cabina di regia, e vanta ospiti del calibro di Josh Homme (Queens Of The Stone Age), Nate Newton (Converge), Randy Blythe (Lamb Of God), Joe Duplantier (Gojira), Neil Fallon (Clutch) e Geezer Butler (Black Sabbath). Perché se è vero che è stato necessario scremare la formazione, da qualche parte bisognava pur inserire aggiunte di pregio. Per l'occasione, la band recupera Paul Romano all'art direction, storico collaboratore degli esordi, e sostituisce Hinds arruolando alla chitarra Nick Johnston, barbuto virtuoso e session man di lusso della scena metal, insieme al tastierista João Nogueira, che aggiunge sfumature progressive e psichedeliche qua e là, rivelandosi un asso fondamentale per arricchire le performance dal vivo.
Ma quindi, come suona Marrow Deep? Bene, indubbiamente. Ed è qui che emergono i miei dubbi iniziali: suona troppo bene. Talmente bene che sembrano i Mastodon che scimmiottano i Mastodon. Non c'è un'idea davvero nuova (elemento che mi aveva fatto gradire particolarmente il precedente Hushed And Grim), né una trovata capace di far saltare l'ascoltatore dalla sedia. Si ripresenta l’annoso problema di arrangiamenti in cui tutti devono fare tutto all'ennesima potenza: cantare, suonare, perdersi in assoli e rullate, dimenticando l'anima dei pezzi. Tra le tante cose che hanno scelto di tagliare nella loro carriera, si può dire che abbiano mancato proprio la più importante? Proprio per questo finiscono in quel campionato circense in compagnia di Opeth e simili, impegnati a mostrare abilità tecnica e virtuosismi, rivolgendosi a un pubblico più attento al modello di chitarra utilizzato che all'efficacia del riff. Un disco riuscito a metà. Ottimo da ogni punto di vista, ma decisamente "troppo".
[Dale P.]
Canzoni significative: Snakes For Dinner, Your Ghost Again.
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